Un esperto è un uomo che ha fatto tutti gli errori che è possibile compiere in un campo molto ristretto.
"An expert is a man who has made all the mistakes which can be made in a very narrow field."
Niels Bohr
domenica 15 giugno 2008
lunedì 2 giugno 2008
Chi fermerà Google ?
Con l’addio di Bill Gates si chiude un’era che ha visto protagonista Microsoft per oltre un decennio. Il mondo dell’informatica, del software e di internet è cambiato radicalmente, e in gran parte grazie proprio al modo di agire di Gates. Ciò che questo mondo dovrà ricordarsi di Bill Gates non è solo la sua brillantezza tecnica, ma soprattutto la sua visione impreditoriale.
Attraverso Windows, Gates immaginò un modo per unificare l’aspetto grafico di ogni PC con queste conseguenze: consumatori e utenti avrebbero acquistato i PC perchè più facili da usare, mentre gli sviluppatori avrebbero iniziato a scrivere più programmi e giochi per rendere l’uso del computer più divertente.
Ma ora Gates abbandona Microsoft nel momento più critico: contrastare l’avanzata dell’azienda "nemica" per eccellenza: Google. Google sta cambiando il modo di pensare del mondo informatico, proprio come ha fatto Microsoft oltre un decennio fa.
Molti pensano che Google sia solo un motore di ricerca. Non è vero, perchè proprio come Microsoft, Google è un impero del software. Ma a differenza di Microsoft, il software di Google non si compra negli scaffali, ma interagiscono via Internet attraverso il proprio browser. Tutti i programmi di Google permettono quasi tutte le operazioni (certo, con qualche limite) che l’utente medio ottiene acquistando i pachidermici software Microsoft: inviare email, scrivere documenti e fogli di calcolo.
La paura di Microsoft è che Google rende gratuiti i suoi programmi perchè ottiene le entrate tramite la pubblicità. Ovviamente per contrastare questo fenomeno, l’unica possibilità per Microsoft è stata quella di inviare un’offerta di acquisto a Yahoo.
Cosa spera di ottenere Microsoft da questo acquisto così sofferto? Introiti pubblicitari per creare un’alternativa a Google. La strategia di Microsoft è razionale, ma disperata. Perchè gli introiti pubblicitari dipendono anche dalle visite. E Google è il re delle visite. Microsoft ha bisogno di fare qualcosa di più per contrastare Google.
Ci sono in palio 20 miliardi di dollari che diventeranno 50 nei prossimi cinque anni. Con Google nella sua posizione dominante ci chiediamo se ci sarà mai un’azienda tanto forte da scalfire il suo dominio. Le persone si sono accorte troppo tardi che Google ha cambiato e ridefinito i modelli di business.
Quale è il successo di questi modelli? Attrarre le persone tramite i contenuti e generare sempre più visite e quindi introiti pubblicitari. Pensateci: cosa sono Gmail, Google Reader e Youtube? Sono tutti software in esecuzione su qualche server da qualche parte nel mondo e sono tutti contenuti. Essi attraggono un pubblico fedele perchè sono divertenti o generano informazione. Più visite, più introiti. E sempre più soldi entrano nelle casse di Google. Semplice!
Gates abbandona Microsoft nel momento più critico, e si darà completamente alla beneficienza. Forse è arrivato alla conclusione che è più facile sconfiggere la malaria che sconfiggere il modello economico di Google.
---------------------
Los Angeles Times - Fred Vogelstein
Attraverso Windows, Gates immaginò un modo per unificare l’aspetto grafico di ogni PC con queste conseguenze: consumatori e utenti avrebbero acquistato i PC perchè più facili da usare, mentre gli sviluppatori avrebbero iniziato a scrivere più programmi e giochi per rendere l’uso del computer più divertente.
Ma ora Gates abbandona Microsoft nel momento più critico: contrastare l’avanzata dell’azienda "nemica" per eccellenza: Google. Google sta cambiando il modo di pensare del mondo informatico, proprio come ha fatto Microsoft oltre un decennio fa.
Molti pensano che Google sia solo un motore di ricerca. Non è vero, perchè proprio come Microsoft, Google è un impero del software. Ma a differenza di Microsoft, il software di Google non si compra negli scaffali, ma interagiscono via Internet attraverso il proprio browser. Tutti i programmi di Google permettono quasi tutte le operazioni (certo, con qualche limite) che l’utente medio ottiene acquistando i pachidermici software Microsoft: inviare email, scrivere documenti e fogli di calcolo.
La paura di Microsoft è che Google rende gratuiti i suoi programmi perchè ottiene le entrate tramite la pubblicità. Ovviamente per contrastare questo fenomeno, l’unica possibilità per Microsoft è stata quella di inviare un’offerta di acquisto a Yahoo.
Cosa spera di ottenere Microsoft da questo acquisto così sofferto? Introiti pubblicitari per creare un’alternativa a Google. La strategia di Microsoft è razionale, ma disperata. Perchè gli introiti pubblicitari dipendono anche dalle visite. E Google è il re delle visite. Microsoft ha bisogno di fare qualcosa di più per contrastare Google.
Ci sono in palio 20 miliardi di dollari che diventeranno 50 nei prossimi cinque anni. Con Google nella sua posizione dominante ci chiediamo se ci sarà mai un’azienda tanto forte da scalfire il suo dominio. Le persone si sono accorte troppo tardi che Google ha cambiato e ridefinito i modelli di business.
Quale è il successo di questi modelli? Attrarre le persone tramite i contenuti e generare sempre più visite e quindi introiti pubblicitari. Pensateci: cosa sono Gmail, Google Reader e Youtube? Sono tutti software in esecuzione su qualche server da qualche parte nel mondo e sono tutti contenuti. Essi attraggono un pubblico fedele perchè sono divertenti o generano informazione. Più visite, più introiti. E sempre più soldi entrano nelle casse di Google. Semplice!
Gates abbandona Microsoft nel momento più critico, e si darà completamente alla beneficienza. Forse è arrivato alla conclusione che è più facile sconfiggere la malaria che sconfiggere il modello economico di Google.
---------------------
Los Angeles Times - Fred Vogelstein
mercoledì 28 maggio 2008
"calano" i disoccupati ma...
Riguardo alla disoccupazione, prosegue il calo iniziato nel 1999. Ma sono sempre di più gli "inattivi", ossia coloro che non cercano più un lavoro perché sono scoraggiati, sanno di non trovarlo: nel 2007, sono arrivati a quota 1,2 milioni. A questi però vanno aggiunti coloro che non cercano lavoro, anche se però sarebbero disponibili a lavorare (1,3 milioni) e anche coloro che cercano lavoro ma non sono disponibili immediatamente a lavorare (che sono 323mila) per un totale di circa 2,8 milioni di persone scoraggiate. È questa la diagnosi dell'Istat. Nel 2007, in Italia, i disoccupati erano invece poco più di un milione e mezzo, vale a dire circa un milione in meno rispetto a dieci anni prima. Ma c'è da dire che dal 2003 la diminuzione della disoccupazione non si accompagna ad un aumento significativo del tasso di occupazione, bensì ad un allargamento dell'inattività dovuto soprattutto alla rinuncia a cercare attivamente un lavoro.
mercoledì 21 maggio 2008
venerdì 16 maggio 2008
tempi dell'innovazione...
Se la palla al piede di una burocrazia «azzeccagarbugliesca» è antica, va detto però che mai ha pesato quanto in questi ultimi anni. Tanto più che il resto del mondo corre. La carta d'identità, per dire, non è poi così diversa (tolti il fascio littorio e lo stemma monarchico) da quella concessa allora a Benedetti Michelangeli. Eppure, sono anni che ci tormentano con la promessa della sua versione elettronica. Anni.
«Vecchia carta d'identità addio», esordiva un articolo di Ester Palma sul «Corriere» del giugno 1998, raccontando che l'innovazione era passata in Parlamento: «Va in pensione il documento di riconoscimento stampato su cartoncino, con bolli e timbri: al suo posto fra breve ogni italiano avrà una card elettronica che potrà utilizzare per i versamenti alla pubblica amministrazione e per dialogare con uffici e servizi».
«Vedremo le prime già alla fine dell’anno», fece sapere il ministero della Funzione pubblica retto da Franco Bassanini. In ottobre, dell'anno dopo però, lui stesso abbozzava: «II regolamento d'attuazione è pronto. Ma c'è qualche resistenza». Alla fine di febbraio del 2000 precisava: «Stiamo studiando se sia possibile inserire anche dati biometrici, come le impronte digitali o la mappa dell'iride». A metà novembre puntualizzava: «Le banche, tra l'altro, potranno chiedere di usarla come Bancomat». Nella primavera del 2001, dando la cosa per fatta, si vantava: «Siamo i secondi al mondo ad averla introdotta, dopo la Finlandia».. E il ministro dell'Interno Enzo Bianco, entusiasta: «Entro quattro anni l'avranno tutti i cittadini». Bum!
A settembre il nuovo ministro dell'Innovazione Lucio Stanca, a nome del governo delle destre, accelerava: «I cittadini potranno avere il nuovo documento fra due anni». Sei mesi dopo, Silvio Berlusconi la mostrava in pubblico: «Eccola, la vedete? Spero che vi piaccia». E aggiungeva che per la fine dell'anno l'avrebbero avuta un milione di italiani, e altri trenta entro la legislatura. Bum! Alla vigilia dell'estate di quel 2002 il ministro dell'Interno Claudio Scajola giurava: «Nel giro di due anni manderemo in pensione la carta d'identità cartacea. La nuova carta elettronica potrà sostituire anche la tessera elettorale». Il mese dopo toccava di nuovo a Stanca: «Entro il 31 dicembre del 2003 almeno due milioni e mezzo di italiani avranno in tasca la nuova carta d'identità elettronica». E rivelava che il progetto era già costato 36 milioni di euro: trentasei milioni! Settanta miliardi di lire. Solo per il progetto. Senza che un solo cittadino ne avesse mai avuta una.
E via così: bla, bla, bla... Senza che uno straccio di collaboratore si prendesse la briga di raccomandare: Eccellenza, non la prometta più perché siamo al ridicolo. Ed ecco il ministro della Salute Girolamo Sirchia disporre che dal 1° gennaio del 2004 i distributori automatici potranno dare le sigarette «solo se attivati dalla carta d'identità elettronica». E il sottosegretario all'Interno Antonio D'Ali annunciare che entro il 2004 ne sarebbero state distribuite «un milione e mezzo».. E il governo Berlusconi stabilire per decreto che dal 1° gennaio del 2006 la carta d'identità cartacea, pensa te, sarebbe dovuta scomparire. Bla, bla, bla...
Cosa resta, di questo diluvio di chiacchiere? Niente. O meglio: resta la sgradevole impressione di una presa per i fondelli e restano i soldi finiti nelle tasche dei consiglieri della società fondata apposta nel 2005 dal Poligrafico dello Stato per produrre i nuovi documenti digitali. Si chiamava Innovazione e Progetti: la Zecca aveva il 51% del capitale, il resto era suddiviso fra le Poste, la Telex del gruppo Finmeccanica, la Ed Italia, filiale dell'omonimo colosso texano dell'informatica, e la Livolsi Investments del banchiere d'affari più vicino a Berlusconi, Ubaldo Livolsi, allora impegnato ad aiutare Stefano Ricucci nella scalata al «Corriere della Sera».
«Vecchia carta d'identità addio», esordiva un articolo di Ester Palma sul «Corriere» del giugno 1998, raccontando che l'innovazione era passata in Parlamento: «Va in pensione il documento di riconoscimento stampato su cartoncino, con bolli e timbri: al suo posto fra breve ogni italiano avrà una card elettronica che potrà utilizzare per i versamenti alla pubblica amministrazione e per dialogare con uffici e servizi».
«Vedremo le prime già alla fine dell’anno», fece sapere il ministero della Funzione pubblica retto da Franco Bassanini. In ottobre, dell'anno dopo però, lui stesso abbozzava: «II regolamento d'attuazione è pronto. Ma c'è qualche resistenza». Alla fine di febbraio del 2000 precisava: «Stiamo studiando se sia possibile inserire anche dati biometrici, come le impronte digitali o la mappa dell'iride». A metà novembre puntualizzava: «Le banche, tra l'altro, potranno chiedere di usarla come Bancomat». Nella primavera del 2001, dando la cosa per fatta, si vantava: «Siamo i secondi al mondo ad averla introdotta, dopo la Finlandia».. E il ministro dell'Interno Enzo Bianco, entusiasta: «Entro quattro anni l'avranno tutti i cittadini». Bum!
A settembre il nuovo ministro dell'Innovazione Lucio Stanca, a nome del governo delle destre, accelerava: «I cittadini potranno avere il nuovo documento fra due anni». Sei mesi dopo, Silvio Berlusconi la mostrava in pubblico: «Eccola, la vedete? Spero che vi piaccia». E aggiungeva che per la fine dell'anno l'avrebbero avuta un milione di italiani, e altri trenta entro la legislatura. Bum! Alla vigilia dell'estate di quel 2002 il ministro dell'Interno Claudio Scajola giurava: «Nel giro di due anni manderemo in pensione la carta d'identità cartacea. La nuova carta elettronica potrà sostituire anche la tessera elettorale». Il mese dopo toccava di nuovo a Stanca: «Entro il 31 dicembre del 2003 almeno due milioni e mezzo di italiani avranno in tasca la nuova carta d'identità elettronica». E rivelava che il progetto era già costato 36 milioni di euro: trentasei milioni! Settanta miliardi di lire. Solo per il progetto. Senza che un solo cittadino ne avesse mai avuta una.
E via così: bla, bla, bla... Senza che uno straccio di collaboratore si prendesse la briga di raccomandare: Eccellenza, non la prometta più perché siamo al ridicolo. Ed ecco il ministro della Salute Girolamo Sirchia disporre che dal 1° gennaio del 2004 i distributori automatici potranno dare le sigarette «solo se attivati dalla carta d'identità elettronica». E il sottosegretario all'Interno Antonio D'Ali annunciare che entro il 2004 ne sarebbero state distribuite «un milione e mezzo».. E il governo Berlusconi stabilire per decreto che dal 1° gennaio del 2006 la carta d'identità cartacea, pensa te, sarebbe dovuta scomparire. Bla, bla, bla...
Cosa resta, di questo diluvio di chiacchiere? Niente. O meglio: resta la sgradevole impressione di una presa per i fondelli e restano i soldi finiti nelle tasche dei consiglieri della società fondata apposta nel 2005 dal Poligrafico dello Stato per produrre i nuovi documenti digitali. Si chiamava Innovazione e Progetti: la Zecca aveva il 51% del capitale, il resto era suddiviso fra le Poste, la Telex del gruppo Finmeccanica, la Ed Italia, filiale dell'omonimo colosso texano dell'informatica, e la Livolsi Investments del banchiere d'affari più vicino a Berlusconi, Ubaldo Livolsi, allora impegnato ad aiutare Stefano Ricucci nella scalata al «Corriere della Sera».
--------------------------
tratto da libro "La deriva" di Stella e Rizzo
mercoledì 7 maggio 2008
da BerLUSCONI a BerSANI
certo che sarebbe un bel cambio di governo etimologicamente parlando.
lusconi deriva da lusco
lusco
[lù-sco] agg., s. ant.
• agg. Losco
• s.m. (solo sing.) Usato solo nella loc. tra il l. e il brusco, nella luce incerta del crepuscolo ~fig. nell'incertezza, o anche con modi ora indulgenti ora severi: e gli disse così, tra il l. e il brusco
sani deriva da sano
sano
[sà-no] agg., s.
• agg.
1 In buona salute, privo di malattie: avere una costituzione s.; che rivela buona salute: avere un colorito s.; di persona, che non ha subito danni o ferite: è uscito s. dall'incidente; di cosa, intero, intatto: il vaso è arrivato s. s. di mente, savio, non pazzo essere s. come un pesce, godere di ottima salute s. e salvo, illeso, incolume di s. pianta, completamente
2 Giovevole o non dannoso alla salute: aria s.
3 fig. Onesto, retto in senso morale: principi s.
• In funzione di avv.: mangiar s.
• s.m. (f. -na) Individuo s.
lusconi deriva da lusco
lusco
[lù-sco] agg., s. ant.
• agg. Losco
• s.m. (solo sing.) Usato solo nella loc. tra il l. e il brusco, nella luce incerta del crepuscolo ~fig. nell'incertezza, o anche con modi ora indulgenti ora severi: e gli disse così, tra il l. e il brusco
sani deriva da sano
sano
[sà-no] agg., s.
• agg.
1 In buona salute, privo di malattie: avere una costituzione s.; che rivela buona salute: avere un colorito s.; di persona, che non ha subito danni o ferite: è uscito s. dall'incidente; di cosa, intero, intatto: il vaso è arrivato s. s. di mente, savio, non pazzo essere s. come un pesce, godere di ottima salute s. e salvo, illeso, incolume di s. pianta, completamente
2 Giovevole o non dannoso alla salute: aria s.
3 fig. Onesto, retto in senso morale: principi s.
• In funzione di avv.: mangiar s.
• s.m. (f. -na) Individuo s.
lunedì 5 maggio 2008
Berlusconi ed i suoi 12 apostoli
Il governo Berlusconi nascerà forse sabato 10 maggio e si presenterà lunedì 12 a Napoli nel suo primo consiglio dei ministri.
Allo stato delle cose è facile prevedere che la crisi mondiale ormai già partita amplificherà notevolmente le difficoltà italiane, la lega nord evidenzierà ancor più le diversità italiane e servirà una capacità di mediazione mai vista prima per evitare la deriva.
Iscriviti a:
Post (Atom)
