Se la palla al piede di una burocrazia «azzeccagarbugliesca» è antica, va detto però che mai ha pesato quanto in questi ultimi anni. Tanto più che il resto del mondo corre. La carta d'identità, per dire, non è poi così diversa (tolti il fascio littorio e lo stemma monarchico) da quella concessa allora a Benedetti Michelangeli. Eppure, sono anni che ci tormentano con la promessa della sua versione elettronica. Anni.
«Vecchia carta d'identità addio», esordiva un articolo di Ester Palma sul «Corriere» del giugno 1998, raccontando che l'innovazione era passata in Parlamento: «Va in pensione il documento di riconoscimento stampato su cartoncino, con bolli e timbri: al suo posto fra breve ogni italiano avrà una card elettronica che potrà utilizzare per i versamenti alla pubblica amministrazione e per dialogare con uffici e servizi».
«Vedremo le prime già alla fine dell’anno», fece sapere il ministero della Funzione pubblica retto da Franco Bassanini. In ottobre, dell'anno dopo però, lui stesso abbozzava: «II regolamento d'attuazione è pronto. Ma c'è qualche resistenza». Alla fine di febbraio del 2000 precisava: «Stiamo studiando se sia possibile inserire anche dati biometrici, come le impronte digitali o la mappa dell'iride». A metà novembre puntualizzava: «Le banche, tra l'altro, potranno chiedere di usarla come Bancomat». Nella primavera del 2001, dando la cosa per fatta, si vantava: «Siamo i secondi al mondo ad averla introdotta, dopo la Finlandia».. E il ministro dell'Interno Enzo Bianco, entusiasta: «Entro quattro anni l'avranno tutti i cittadini». Bum!
A settembre il nuovo ministro dell'Innovazione Lucio Stanca, a nome del governo delle destre, accelerava: «I cittadini potranno avere il nuovo documento fra due anni». Sei mesi dopo, Silvio Berlusconi la mostrava in pubblico: «Eccola, la vedete? Spero che vi piaccia». E aggiungeva che per la fine dell'anno l'avrebbero avuta un milione di italiani, e altri trenta entro la legislatura. Bum! Alla vigilia dell'estate di quel 2002 il ministro dell'Interno Claudio Scajola giurava: «Nel giro di due anni manderemo in pensione la carta d'identità cartacea. La nuova carta elettronica potrà sostituire anche la tessera elettorale». Il mese dopo toccava di nuovo a Stanca: «Entro il 31 dicembre del 2003 almeno due milioni e mezzo di italiani avranno in tasca la nuova carta d'identità elettronica». E rivelava che il progetto era già costato 36 milioni di euro: trentasei milioni! Settanta miliardi di lire. Solo per il progetto. Senza che un solo cittadino ne avesse mai avuta una.
E via così: bla, bla, bla... Senza che uno straccio di collaboratore si prendesse la briga di raccomandare: Eccellenza, non la prometta più perché siamo al ridicolo. Ed ecco il ministro della Salute Girolamo Sirchia disporre che dal 1° gennaio del 2004 i distributori automatici potranno dare le sigarette «solo se attivati dalla carta d'identità elettronica». E il sottosegretario all'Interno Antonio D'Ali annunciare che entro il 2004 ne sarebbero state distribuite «un milione e mezzo».. E il governo Berlusconi stabilire per decreto che dal 1° gennaio del 2006 la carta d'identità cartacea, pensa te, sarebbe dovuta scomparire. Bla, bla, bla...
Cosa resta, di questo diluvio di chiacchiere? Niente. O meglio: resta la sgradevole impressione di una presa per i fondelli e restano i soldi finiti nelle tasche dei consiglieri della società fondata apposta nel 2005 dal Poligrafico dello Stato per produrre i nuovi documenti digitali. Si chiamava Innovazione e Progetti: la Zecca aveva il 51% del capitale, il resto era suddiviso fra le Poste, la Telex del gruppo Finmeccanica, la Ed Italia, filiale dell'omonimo colosso texano dell'informatica, e la Livolsi Investments del banchiere d'affari più vicino a Berlusconi, Ubaldo Livolsi, allora impegnato ad aiutare Stefano Ricucci nella scalata al «Corriere della Sera».
«Vecchia carta d'identità addio», esordiva un articolo di Ester Palma sul «Corriere» del giugno 1998, raccontando che l'innovazione era passata in Parlamento: «Va in pensione il documento di riconoscimento stampato su cartoncino, con bolli e timbri: al suo posto fra breve ogni italiano avrà una card elettronica che potrà utilizzare per i versamenti alla pubblica amministrazione e per dialogare con uffici e servizi».
«Vedremo le prime già alla fine dell’anno», fece sapere il ministero della Funzione pubblica retto da Franco Bassanini. In ottobre, dell'anno dopo però, lui stesso abbozzava: «II regolamento d'attuazione è pronto. Ma c'è qualche resistenza». Alla fine di febbraio del 2000 precisava: «Stiamo studiando se sia possibile inserire anche dati biometrici, come le impronte digitali o la mappa dell'iride». A metà novembre puntualizzava: «Le banche, tra l'altro, potranno chiedere di usarla come Bancomat». Nella primavera del 2001, dando la cosa per fatta, si vantava: «Siamo i secondi al mondo ad averla introdotta, dopo la Finlandia».. E il ministro dell'Interno Enzo Bianco, entusiasta: «Entro quattro anni l'avranno tutti i cittadini». Bum!
A settembre il nuovo ministro dell'Innovazione Lucio Stanca, a nome del governo delle destre, accelerava: «I cittadini potranno avere il nuovo documento fra due anni». Sei mesi dopo, Silvio Berlusconi la mostrava in pubblico: «Eccola, la vedete? Spero che vi piaccia». E aggiungeva che per la fine dell'anno l'avrebbero avuta un milione di italiani, e altri trenta entro la legislatura. Bum! Alla vigilia dell'estate di quel 2002 il ministro dell'Interno Claudio Scajola giurava: «Nel giro di due anni manderemo in pensione la carta d'identità cartacea. La nuova carta elettronica potrà sostituire anche la tessera elettorale». Il mese dopo toccava di nuovo a Stanca: «Entro il 31 dicembre del 2003 almeno due milioni e mezzo di italiani avranno in tasca la nuova carta d'identità elettronica». E rivelava che il progetto era già costato 36 milioni di euro: trentasei milioni! Settanta miliardi di lire. Solo per il progetto. Senza che un solo cittadino ne avesse mai avuta una.
E via così: bla, bla, bla... Senza che uno straccio di collaboratore si prendesse la briga di raccomandare: Eccellenza, non la prometta più perché siamo al ridicolo. Ed ecco il ministro della Salute Girolamo Sirchia disporre che dal 1° gennaio del 2004 i distributori automatici potranno dare le sigarette «solo se attivati dalla carta d'identità elettronica». E il sottosegretario all'Interno Antonio D'Ali annunciare che entro il 2004 ne sarebbero state distribuite «un milione e mezzo».. E il governo Berlusconi stabilire per decreto che dal 1° gennaio del 2006 la carta d'identità cartacea, pensa te, sarebbe dovuta scomparire. Bla, bla, bla...
Cosa resta, di questo diluvio di chiacchiere? Niente. O meglio: resta la sgradevole impressione di una presa per i fondelli e restano i soldi finiti nelle tasche dei consiglieri della società fondata apposta nel 2005 dal Poligrafico dello Stato per produrre i nuovi documenti digitali. Si chiamava Innovazione e Progetti: la Zecca aveva il 51% del capitale, il resto era suddiviso fra le Poste, la Telex del gruppo Finmeccanica, la Ed Italia, filiale dell'omonimo colosso texano dell'informatica, e la Livolsi Investments del banchiere d'affari più vicino a Berlusconi, Ubaldo Livolsi, allora impegnato ad aiutare Stefano Ricucci nella scalata al «Corriere della Sera».
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tratto da libro "La deriva" di Stella e Rizzo
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